Dalla montagna all’oceano, chi è Cecilia Zorzi
Dopo l’esperienza nelle classi olimpiche, con una campagna sul catamarano Nacra 17, la trentina Cecilia Zorzi si dedica alla navigazione d’altura, partecipando a regate della classe Figaro e aggiudicandosi per due anni consecutivi il titolo europeo e un mondiale Mixed Double. Passa poi a un progetto sul Mini 6.50, chiamato Cecilia in Oceano, con una nuova barca della categoria Serie e l’obiettivo della Mini Transat 2025. Scopriamo di più della giovane e determinata Cecilia, alla sua prima The Ocean Race su Austrian Ocean Racing powered by Team Genova.

Come hai iniziato ad andare in barca?
Ho iniziato sul Lago di Caldonazzo, vicino a Trento, per caso, perché nella mia famiglia nessuno era velista o marinaio, ma piuttosto sciatori e camminatori. Ho fatto un corso di vela estiva con mia sorella e ci siamo entrambe innamorate di questo sport, poi sul Garda abbiamo proseguito il nostro percorso.
Quando hai capito che era la tua “rotta” sportiva e umana?
Verso i quindici anni quando ho iniziato ad andare in Laser, mi sono approcciata allo sport in maniera più seria ed ho conosciuto velisti, ho capito che volevo fare questo.
Quando hai scoperto The Ocean Race, essendo tu così giovane?
In realtà molto tardi perché ero molto assorbita dalle classi olimpiche e per me la vela era un po’ solo quello, nutrivo il sogno dei Giochi ed ero focalizzata al 100%. Poi ho letto dei libri, uno che mi ha molto colpito è stato quello di Ellen MacArthur, mi sono appassionata alla vela oceanica e sono poi arrivata a The Ocean Race.
Poi c’è stata Francesca Clapcich, che è stata la prima velista che ho incontrato sul mio cammino e che mi ha fatto pensare “voglio far questo”. Lei è una persona e un’atleta a cui guardo e a cui mi ispiro, perché malgrado quel che ha fatto e sta facendo rimane molto umile.
Quali, se ce ne sono, gli eroi velici del passato a cui pensi ci si possa ispirare?
Sono tante le veliste, oltre a quelle che abbiamo già citato, che negli ultimi anni mi hanno ispirato, come Annie Lush, Abby Ehler o Justine Mettraux, con cui ho avuto la fortuna di navigare e che per me rappresentano un vero esempio e che ho conosciuto grazie al Magenta Project. Se sono qui, gran parte del merito è anche loro perché mi hanno fatto vedere che si poteva fare.
Che differenza fra la navigazione oceanica in solitario e quella in equipaggio?
Al di là del lato pratico, credo che si tratti di avere responsabilità diverse. Essere da soli a bordo, può fare paura ed è comunque una grande responsabilità. D’altro canto quando fai parte di un’equipaggio, hai tante persone che contano su di te, e quindi hai anche una grande responsabilità anche in questo caso. Non so dire cosa sia più difficile. Ho scelto la via della navigazione in solitario, ma sono felice di navigare in equipaggio, stare con altre persone e imparare sempre da loro.
Pensi sarà impegnativo passare da una piccola barca a una grande e potente come un VO65?
Penso di no, anche se i carichi sono enormi, le vele pesano tantissimo e ci sarà tanta fatica da fare. Ma d’altro canto c’è anche la possibilità di riposarsi, di dormire. Forse rispetto al Mini sarà per assurdo quasi più facile.
Sei orgogliosa di rappresentare l’Italia?
Molto, sono contenta che The Ocean Race arrivi in Italia a Genova, che è una cosa immensa e il fatto che ci arrivi con una barca in parte italiana ci voleva. Sarebbe stato un peccato perdere un’occasione così e spero serva per aumentare la passione del nostro paese per la vela.
Qual’è per te la sensazione più bella che si prova a bordo?
In realtà sono tante, una delle cose che mi piace di più è la possibilità di poter scegliere dove andare, a terra ci si perde in mille cose e non si capisce, mentre quando sei in mare diventa tutto molto più semplice. Sì forse è questo tornare alle basi, alla semplicità della vita.
C’è un messaggio che credi di voler portare con te e “lanciare” ai fan italiani del giro del mondo?
Un argomento che mi sta molto a cuore è quello della parità di genere e che noi donne siamo al nostro posto in mare tanto quanto gli uomini. Non dobbiamo sentirci inferiori o non appartenenti a questo mondo. The Ocean Race poi si sta muovendo per raggiungere questa parità e spero, visto che sono state proprio delle veliste che vi hanno partecipato ad essere d’esempio per me, di poter fare anche io lo stesso per delle giovani atlete italiane. Mi piacerebbe mostrare che si può fare.
Carla Anselmi